Colazione a Sarajevo | di Luigi Lusenti - Edizioni Mescalina

17/05/2018

 

 

Dalla postfazione di Costanzo Ioni

 

rit.jpgColazione a Sarajevo esce più di vent’anni dopo i fatti che vengono narrati. Non è un saggio, non è neppure un reportage seppur il racconto è il più fedele possibile. È più l’espressione di uno stato d’animo, un patchwork quasi sempre di situazioni vissute. L’autore, fra il 1991 e il 1996, ha partecipato attivamente a manifestazioni per la pace sia nelle più sicure retrovie dell’Unione Europea sia, in prima linea, sotto i palazzi minacciosi degli oligarchi jugoslavi, ha attraversato più volte i territori in guerra per spedizioni di soccorso, è stato corrispondente del Manifesto, ha avuto un ruolo di primo piano in operazioni quali Telefonski Most. Si è detto che ciò che è successo era prevedibile, che l’odio etnico e religioso aveva radici profonde e tenaci, eppure quali erano i segnali evidenti in città e quartieri non corrosi da pratiche di apartheid o di una qualsiasi forma di ghettizzazione, quale è stato il fiume sotterraneo che ha improvvisamente fatto emergere sentimenti di così violenta negazione dell’altro.

Nel suo testo l’autore recupera dichiarazioni e commenti di una pluralità di persone incontrate in questi anni: sindaci, scrittori, militari, politici, non si tratta esclusivamente del resoconto di quanto raccolto nella sua attività di corrispondente di giornali ma piuttosto di una chiamata in causa, per contribuire insieme, coralmente, a mostrare l’oggetto della narrazione. Non mi sembra fuori luogo rilevare che questo libro non ha uno sguardo del tutto pacifico, Lusenti è uno che si impiccia e indigna: con gli interlocutori delle sue interviste ma anche con le espressioni di burocratica stupidità e ferocia. ll tono pacato della narrazione non esprime pertanto rassegnazione o reticenza ma piuttosto pudore e non esita a rimarcare tutta la violenza che scaturisce da quell’intrico di contraddizioni e paradossi che si agitano nel labirinto geografico e sociale dei Balcani

Lusenti non evita di descrivere nel suo complesso anche il mondo di cui fa parte, quella comunità di pacifisti e giornalisti che ha pagato un duro prezzo con numerose vittime sul campo ma che comunque non è esentata da critiche ad alcuni eccessi e deviazioni. È dunque un resoconto senza omissioni e si prova una sensazione di inadeguatezza, anche per esprimere un semplice commento, rispetto a questa pluralità di vicende descritte, una narrazione ancora più inquietante perché consapevole di rappresentare solo un frammento, seppur esemplare, di migliaia di accadimenti. È questa probabilmente l’utilità di questo libro che ci costringe a misurarci con l’inadeguatezza delle nostre strutture sociali quando esplode la brutalità e la violenza, oggi che si agitano sentimenti di intolleranza nei confronti dei disperati che arrivano nei nostri paesi in cerca di una prospettiva di vita, il riemergere di follie razziste, religiose, nazionaliste che rappresentano la negazione dell’essere umano, nessuno può opporsi all’esistenza di un altro, non può esserci un luogo sbagliato dove nascere e morire.

 

ArciReport, 17 maggio 2018



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