La legge 194 compie quarant’anni

17/05/2018

 

 

di Cecilia D’Elia, scrittrice, autrice di ‘Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio’

 

aborto-anniversario.jpgIl 22 maggio la legge 194 Norme per la tutela della maternità e sull’interruzione volontaria di gravidanza compie 40 anni, ma tanti ancora faticano a vedere questa legge come una riforma adulta, che ha abbondantemente dimostrato la sua efficacia. Quello che continua a turbare è l’autodeterminazione femminile, il riconoscimento che una nuova vita ha bisogno dell’accoglienza consapevole di una donna per diventare tale. L’approvazione della 194 - il cui iter era iniziato sulla spinta di un referendum radicale che aboliva gli articoli del codice che ne facevano un reato contro l’integrità e la sanità della stirpe - è stata il frutto di lunghe e difficili discussioni parlamentari e di grandi mobilitazioni femministe. È grazie a queste che la legge riconosce che spetti alla donna la scelta di interrompere o meno la gravidanza.

Quando nel 1981 fu sottoposta a referendum, il voto mostrò quanto consenso avesse nel paese la legalizzazione. Le donne volevano cambiar pagina, avevano mostrato l’ipocrisia di un paese che da un lato puniva, dall’altro conviveva con la clandestinità e le morti ad essa legate.  Da allora la 194 è diventata il muro che argina un mai sopito tentativo di rimessa in discussione della possibilità delle donne di scegliere. Al punto che persino i prolife nazionali più che chiederne l’abrogazione sono soprattutto impegnati a boicottarla, attraverso l’estensione dell’obiezione di coscienza. Mentre intere generazioni di femministe, di ginecologhe, operatori e medici hanno dedicato gran parte delle loro energie alla sua applicazione, che continua ad essere la questione aperta nel nostro paese, insieme allo stigma che ancora incontrano le donne che ricorrono all’ivg (interruzione volontaria di gravidanza) in un sistema sanitario con tassi di obiezione così diffusi. Livelli che fanno temere un ritorno del ricorso alla clandestinità, visto che parliamo nazionalmente del 70%, ma sappiamo che in alcune regioni supera l’80%. Quella che era pensata come una misura per rispondere alla coscienza individuale è diventata un comportamento diffuso che in molte strutture rende difficile il ricorso all’ivg. Per non parlare dell’impoverimento della rete dei consultori o delle resistenze all’aborto farmacologico.

Eppure la legge ha funzionato.

L’Italia, ci spiega l’Istat, è uno dei Paesi dell’Unione Europea con il più basso livello di abortività volontaria.

I dati parlano di declino dell’aborto volontario: dopo un picco dovuto all’emersione dalla clandestinità nei primi anni 80 il calo è stato quasi costante, passando da oltre 230mila casi a poco meni di 85mila nel 2016. L’analisi inoltre mostra che l’ivg viene scelta come estrema ratio di fronte a fallimenti contraccettivi, sconfessando gli avversari della legalizzazione che temevano diventasse uno strumento per la pianificare le nascite. Del resto gli studi mostrano che il ricorso all’aborto ha valori più bassi nei paesi in cui è praticato in maniera sicura e legale. E così vogliamo che resti in Italia.

 

ArciReport, 17 maggio 2018



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