Il settembre caldo dell’Università e la centralità dei saperi

08/09/2017

 

 

di Davide Giove, responsabile nazionale Arci Saperi Apprendimento e Formazione

 

protesta_universit-300x225.jpgLo sciopero del primo appello d’esame a cui ha aderito un numero significativo di docenti universitari da un lato e la protesta degli studenti contro il numero chiuso e i test di ammissione dall’altro hanno aperto, con eco mediatica non trascurabile, il previsto autunno caldo dell’Università italiana.

Le vertenze in fattispecie (ed in particolare quella dei docenti, legata al tema degli scatti di anzianità ancora bloccati) potrebbero ad una prima lettura apparire battaglie di interesse particolare sebbene di fatto rappresentino, ad una più attenta analisi, il malessere che il mondo dell’università vive ma che, probabilmente, fatica ancora a rappresentare nel suo senso più ampio. Non è immediatamente intuitivo, infatti, riconoscere in queste proteste i tratti dell’interesse collettivo dell’intero sistema paese; è tuttavia improcrastinabile una presa di coscienza diffusa delle difficoltà strutturali in cui oggi versano il mondo dell’università e della ricerca.

È tempo, quindi, di pensare a nuove alleanze e ad una rinnovata contestualizzazione. La centralità dell’alta formazione, l’imprescindibilità di una università pubblica e accessibile, il riconoscimento sociale della ricerca e dei ricercatori sono alcuni dei punti su cui tutti siamo chiamati oggi a riflettere.

Il terzo settore ed in particolare le sue reti più strutturate e socialmente incisive (come l’Arci) possono aprire una riflessione e mettere in campo azioni per contribuire a rispondere alla sollecitazione che dal mondo universitario e della ricerca proviene con forza sempre maggiore. Ciò peraltro risponderebbe anche ad una necessità concreta del mondo dell’associazionismo in particolare. In quest’epoca di riforme, infatti, i soggetti come il nostro saranno chiamati ad una analisi prima e ad una puntuale comunicazione poi del proprio impatto sociale; ciò sarà possibile e (soprattutto) efficace solo a patto che i ricercatori siano strutturalmente coinvolti nel processo. Lo stesso vale per la elaborazione politica degli indirizzi (d’opinione od azione) che, oggi più che mai, ha necessità di poggiare su dati comprovabili e riconoscibili, che si parli di energia o di accoglienza dei migranti, di valore della produzione culturale o di impatto dei percorsi di antimafia sociale. Abbiamo quindi bisogno di ricercatori, tanto quanto il mondo della ricerca ha bisogno di una interlocuzione strutturata con i soggetti organizzati della società civile.

Infine, bisogna preoccuparsi, secondo paradigmi rinnovati, di un grande piano di divulgazione che parta dai nostri circoli e dai nostri soci e si estenda alle comunità locali. Abbiamo la precisa responsabilità storica di non perdere questo appuntamento e di porre un argine all’entropia dis-informativa che caratterizza sempre più la nostra epoca; un argine fatto innanzitutto di sedi fisiche e tempi dedicati, che non può che poggiare su una forte alleanza con l’Università e con una rinnovata centralità dei saperi.

 

ArciReport, 8 settembre 2017



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