Un piano nazionale contro la povertà che finanzi il Rei in modo adeguato

07/09/2017

 

 

di Roberto Rossini, presidente nazionale Acli e portavoce Alleanza contro la povertà

 

Alleanza-contro-povert.jpgDal 29 agosto il Reddito d’inclusione è realtà. Approvando il decreto legislativo di attuazione della legge sul contrasto della povertà, il Consiglio dei Ministri ha introdotto nel nostro Paese una misura unica a livello nazionale di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale e che inizierà a decorrere dal 1° gennaio 2018.

Si tratta di un risultato di grande portata, dopo decenni di disinteresse della politica italiana nei confronti di chi sta peggio. Questo esito è frutto dell’impegno di Governo e Parlamento, con i quali l’Alleanza contro la Povertà in Italia ha fattivamente collaborato. La gravità dei ritardi accumulati nel passato, tuttavia, fa sì che vi siano ancora passi significativi da compiere.

Il profilo attuale della misura divide i poveri in due gruppi: quelli di ‘serie a’, che ricevono il Rei, e quelli di ‘serie b’, che non lo ricevono. In Italia vivono in povertà assoluta 4,75 milioni di persone, pari al 7,9% della popolazione complessiva. Di questi riceveranno il Rei 1,8 milioni di individui, cioè il 38% del totale. Pertanto, il 62% dei poveri ne rimarrà escluso.

Un Rei destinato esclusivamente ad alcuni poveri danneggia sia chi vive oggi nell’indigenza sia chi rischia di cadervi domani. Rendere la misura universale deve essere certamente un traguardo per tutti, ma bisogna evitare che si incrementi l’utenza senza prevedere risposte adeguate nell’importo dei contributi economici e nei percorsi d’inclusione sociale. Il rischio è che si raggiungano sempre più persone, senza però dare loro la possibilità di migliorare effettivamente le proprie condizioni, che è esattamente la vera sfida del Rei, perché è così che è stato pensato e disegnato.

È pertanto indispensabile che eventuali risorse aggiuntive in sede di scrittura della legge di Bilancio potenzino sia la dimensione dei servizi alla persona sia i trasferimenti monetari. I primi costruiscono i percorsi d’inserimento sociale e/o lavorativo dei beneficiari, rendendo disponibili le competenze e gli strumenti per ri-progettare l’esistenza e per consentire loro, dove possibile, di uscire dalla povertà e, in ogni caso, di massimizzare l’autonomia personale (in particolare, il Rei prevede un finanziamento finalizzato per i servizi sociali comunali responsabili del piano personalizzato). I secondi, ovvero i trasferimenti monetari, hanno un importo determinato dalla distanza tra una soglia, definita in base al numero di componenti, e il reddito della singola famiglia. Il vero problema è che gli importi erogati non consentono ai beneficiari del Rei ancora di raggiungere la soglia di povertà (l’importo di una misura contro la povertà si determina come la distanza tra soglia di povertà e il reddito disponibile).

L’Alleanza propone di adottare un Piano Nazionale contro la Povertà 2018-2020 che nell’arco dei tre anni rafforzi progressivamente il Rei, rendendolo nel 2020 universale nell’utenza e adeguato nelle risposte. A regime, il Piano prevede un investimento pubblico annuo di 7 miliardi di euro, a carico dello Stato. Sinora sono stati resi disponibili 1759 milioni nel 2018 e 1845 a partire dal 2019. Servono, dunque, 5,1 miliardi annui aggiuntivi. Vi si potrà arrivare gradualmente, stanziando in ogni anno del Piano risorse superiori al precedente. Il Piano, inoltre, prevede uno sforzo per sostenere l’attuazione del Rei a livello locale, con l’impegno congiunto di Stato, Regioni e altri attori coinvolti per creare le condizioni affinché i soggetti del welfare locale possano tradurre il Rei in pratica.

 

ArciReport, 8 settembre 2017



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