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Quando la ‘legalità’ non coincide né con la giustizia né con il bene comune

16/03/2017

 

 

di Alessandro Portelli, docente universitario, direttore del Circolo Gianni Bosio

 

circolo_gianni_bosio.jpgIl vero paradosso delle espulsioni, sfratti, richieste di arretrati fantascientifici che colpiscono oggi centinaia di realtà culturali e sociali in tutta Roma è che - a sentire le istituzioni cittadine - non sono volontà di nessuno, ma una specie di fatalità che si abbatte sulla città senza che nessuno possa farci niente.  Sono tutti contrari, ma poi vanno avanti, dominati da entità impersonali - ‘gli uffici’ - e da concetti astratti - ‘legalità’ o ‘danno erariale’ - con risultati drammaticamente personali per i bambini dell’asilo del Celio e i rifugiati del Centro kurdo Ararat, estremamente concreti per realtà storiche come la Scuola popolare di Musica di Testaccio (minacciata di sfratto e con una richiesta di un milione di euro), il circolo Gianni Bosio (già sfrattato e con una richiesta di un milione e mezzo), la Federazione italiana di musica antica, il Forum dei movimenti per l’acqua, e tantissimi altri.

Al centro di questo cataclisma apparentemente ineluttabile stanno una serie di processi che in ultima analisi grande-cocomero.jpgnon riguardano solo le realtà colpite ma il tessuto stesso della nostra democrazia. In primo luogo, sta l’abdicazione della politica da ogni forma di responsabilità, di orientamento, di scelta. Una politica degna di questo nome la soluzione ce l’avrebbe: prendersi la responsabilità di abolire la mefitica delibera 140 che sta alla radice di gran parte del disastro. Ma né la debole, ondivaga e incompetente maggioranza, né la pusillanime e opportunistica opposizione hanno il coraggio neanche di menzionare una cosa simile. Da un lato, manca a tutti una visione lungimirante del bene comune, sostituita da mera amministrazione ‘neutrale’ dell’esistente; dall’altro, la corruzione endemica che ha colpito il paese, e Roma in particolare, fa sì che, per non essere accusati di clientelismo o interesse privato,  gli amministratori non abbiano il coraggio di prendere nessuna decisione.

Al posto della politica prevale incontrastata l’ideologia estremistica del mercato, del profitto e del denaro. La rialto-santambrogio.jpgcosa pubblica deve essere gestita come un’azienda, il pareggio del bilancio l’abbiamo messo in Costituzione, il debito pubblico si salva vendendo i beni comuni. Perciò, spazi abbandonati, spesso restaurati o comunque restituiti alla vita e all’utilità sociale a proprie spese dal volontariato di massa devono essere ‘messi a reddito’: affittati o venduti senza curarsi dell’uso che ne verrà fatto - e soprattutto dando per scontato che per questi spazi ci sia una domanda (eppure la vicenda della mancata vendita degli aerei di stato e delle famose auto blu dovrebbe mettere sull’allarme).  Ma siamo proprio sicuri che un capannone di periferia che finora ha ospitato un centro sociale sia realmente appetibile per qualche investitore privato? O che un palazzo nel centro di Roma inaccessibile alle automobili e privo di parcheggio possa davvero essere trasformato in uffici o in hotel? L’esito più probabile è che la maggioranza di questi spazi finiranno per ripiombare nel degrado in  cui stavano prima che  la passione civile li recuperasse. O saranno ‘mesi a bando’, nei termini di un regolamento in preparazione che, da quanto è dato conoscere, escluderà dalla partecipazione quasi tutte le realtà attualmente colpite. Tutto questo avviene in nome di una interpretazione univoca e meschina della ‘legalità’, che non coincide né con la giustizia né con il bene comune. Uno striscione alla manifestazione del 10 marzo in Campidoglio diceva: «Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato legalità». È una legalità che, nella sua finta neutralità, colpisce solo i piccoli, i deboli, i marginali: una delibera comunale in corso di approvazione proibisce sia ai ricchi sia ai poveri di frugare nei cassonetti.

 

ArciReport, 16 marzo 2017



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