Roma spogliata. Spazi sociali e culturali sotto il sequestro della burocrazia

16/03/2017

 

 

di Andrea Masala, Arci Roma

 

Scuola-Musica-Popolare-di-Testaccio.jpgPrendete una donna, o un uomo se preferite, toglietele il canto, la luce dei colori, la voce, il racconto, il ballo, il ragionamento, l’incontro, la poesia, l’insondabile, l’inaudito, il diverso...

Cosa resta? Che tipo di essere umano degradato a fiera intenta al solo soddisfacimento bestiale dei propri bisogni elementari?

Ecco, questa è oggi Roma. Roma spogliata. Spogliata dei suoi teatri, dei suoi cinema, dei suoi luoghi di sperimentazione, di innovazione, di ricerca, spogliata di quegli strani presìdi contro la criminalità e l’alienazione (anomici e corsari) nelle periferie, spogliata delle sue bellezze storiche e delle nuove produzioni artistiche e culturali.

Non passa giorno senza che un pezzo importante della vita culturale e sociale romana venga raggiunto da ordinanze di sgombero o di risarcimenti milionari: Filarmonica Romana, Celio Azzurro, Scuola Popolare di Musica di Testaccio,  Circolo Gianni Bosio, Arci Rialto, Arci Init, Brancaleone, Emergency, Sant’Egidio, Il Grande Cocomero, le palestre popolari che stanno facendo le politiche giovanili più efficaci a Roma, Corto Circuito, La Torre, Auro e Marco e moltissimi altri ancora.

Tutte realtà che da anni sono gli unici punti di reale sussidiarietà sociale e culturale, gli unici reali incubatori di impresa sociale, le uniche accademie di arti e mestieri dello spettacolo, della cucina, dello sport, dell’arte street e non solo, gli unici avamposti nelle periferie che combattono spaccio, neofascismo, anomia, apatia sociale, alienazione urbana: posti che regalano, senza profitto, un enorme valore sociale fornendo servizi che al pubblico costerebbero un’enormità e soprattutto non avrebbero gli stessi risultati.

Perché questo accanimento di Roma verso i suoi beni più preziosi?

A nostro avviso si incrociano 3 questioni fondamentali: la prima è la miopia e la codardia del ceto politico che finora ha governato Roma, la sua incapacità di comprendere, difendere e valorizzare questa accademia diffusa della trasformazione culturale e sociale, una caratteristica che fa di Roma un unicum in Italia, un qualcosa di cui vantarsi, un modello da proporre ed esportare, con cui confrontarsi a livello europeo. Per far questo si sarebbe dovuto inventare un modello avanzato di gestione dei beni comuni accompagnato da una valutazione di impatto sociale delle azioni, si è preferito lasciare invece tutto nella gestione opaca ed indeterminata per permettere di usare il patrimonio pubblico come moneta clientelare.

celio_azzurro.jpgLa seconda è la cultura politica diffusa del ‘privato è bello’, del comune come orizzonte utopico e impossibile, e comunque improduttivo, mentre a proprio a Roma è evidente l’altissimo grado di sviluppo locale e rigenerazione urbana portato da queste esperienze. La terza è l’ormai malata concezione di legalità che si è affermata nelle istituzioni del Paese. Una concezione che tutto riduce a regole burocratiche e conti ragionieristici, in cui la programmazione sociale e la valutazione politica non hanno più cittadinanza. I decisori politici, in teoria rappresentanti della volontà dei cittadini romani, non hanno né la forza né il coraggio di andare contro questi meccanismi burocratici e ragionieristici avviati, un giocattolo innestato da loro ma ormai completamente sfuggito di mano ma che a seconda delle convenienze rialimentano per poi lamentarsene a giustificazione della loro impotenza.

Il meccanismo avviato a Roma è la pretesa della Corte dei Conti di rivalersi su cinque dirigenti del Comune per i ‘mancati introiti’ derivati da questa gestione opaca: cento milioni (100.000.000!!!) di euro la cifra spaventosa richiesta. Un provvedimento che, comprensibilmente, spingerebbe chiunque a non concedere più niente, a non firmare più niente, e non muovere più niente. Ed ecco la paralisi di Roma.

Una rete di coraggiosi cittadini ed associazioni ha citato in giudizio il magistrato Patti, responsabile del procedimento per la Corte dei Conti, un atto giuridico-amministrativo dall’immenso valore politico: per la prima volta si ribalta la scena e si passa all’attacco. I cittadini e le associazioni si sono dovuti prendere una responsabilità che la politica non si è voluta prendere (a proposito di sentimenti antipolitici) rischiando a livello giudiziario ed economico ma convinti di stare nel giusto e di lavora per il bene comune.

Se una ricchezza pubblica della città, il suo patrimonio immobiliare, non è più a disposizione per la crescita culturale, per lo sviluppo locale, per i servizi sociali e aggregativi dei cittadini, se non è attraversabile e utilizzabile da questi, allora quel bene smette di essere pubblico. È sequestrato dalla burocrazia. E la vita cittadina smette di essere democratica, ma regolata soltanto da meccanismi giudiziari, ragionieristici e burocratici.

Non solo gli spazi sociali ma la stessa democrazia romana è sotto sequestro e sgombero dalla burocrazia.

Come uscirne?

Arci Roma insieme a Reter, Labis, CRS e altre associazioni ha elaborato un regolamento di gestione partecipata dei beni comuni accompagnato da uno strumento valutativo dell’impatto sociale, uno strumento normativo che permetterebbe di uscire dalla tenaglia opacità/burocrazia e rimetterebbe nelle mani dei cittadini e dei loro rappresentanti la gestione collaborativa della vita romana, dei suoi spazi, della sua creatività sociale.

Uno strumento che non deve essere percepito nella sua variante minimale, ma come principio regolatore della nuova economia sociale romana, capace di riguardare anche grandi asset: il Forlanini, la vecchia Fiera di Roma, i Mercati Generali e molti altri punti di interesse pubblico e di potenziale nuova economia, un’economia non predatoria, che non faccia alberghi e appartamentini per valorizzazioni che durano niente e niente lasciano, ma che imposti una nuova stagione di rinascimento romano.

 

ArciReport, 16 marzo 2017



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